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…Avevo passato dieci anni in quel mucchio di case presso il fiume, sulla balza aspra circondata da colli dolcissimi digradanti verso il mare, i primi dieci anni della mia vita, e pure essi furono i miei più vasti e popolati. Il paese era gramo e povero in confronto alla richiesta del mondo, e a me pareva il più ricco e il più vario… C. Alvaro, Memoria e vita, Reggio Calabria, Falzea, 2001 |
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San Luca non è l’ombelico del male. La presentazione del libro di Antonio Pelle “Lei è di San Luca, o no?”
chiese conferma uno dei due poliziotti, squadrandomi spazientito. “Sì e
allora?”. “Allora dobbiamo scambiare due parole sulla strage”. Incombe il
peso della strage di Duisburg anche su chi con la ‘ndrangheta non ha nulla a
che fare. Incombe quella notte di ferragosto del 2007 su chi con la
criminalità organizzata non ha stretto patti e non è sceso a compromessi. Su
chi si è visto dimezzare le prenotazioni, da parte dei clienti, solo perché
calabrese, solo perché di San Luca. Voglia di riscatto, voglia di raccontare
la propria verità, quella di Antonio Pelle, 54 anni, autore di “Nato a San
Luca”, ultima pubblicazione della casa editrice Koinè Nuove edizioni. Pubblicato da newz : martedì, 27 ottobre 2009
Nato a San LucaArticolo apparso sul sito "Lombardi nel Mondo" Lei è italiano? – una domanda che rivolta a un emigrato proveniente dalla Penisola, in Germania, può avere diverse valenze. Del tipo: potrebbe essere una persona poco affidabile. Bisogna starci attento. Non si sa mai. Donnaiolo. Catenacciaro. Pigro. Ladro. Falso. Traditore (basta pensare all’8 settembre del 1943). Ricordo alcuni degli epiteti storici, tutti negativi: badogliano, itaker, spaghettifresser, savoiardo, milanese, vagabondo... Se poi sei siciliano o calabrese, il tutto si aggrava. Dal 15 agosto del 2007 (precisamente dalla ore 2 e 30, per il massacro che si compiva nell’area della Hauptbahnhof di Duisburg di fronte a un ristorante - pizzeria) dire “provengo da San Luca” o “son nato a San Luca” è come esibire un marchio d’infamia. Improvvisamente, chi ti sta di fronte aggrotta la fronte, abbozza un sorrisetto. Magari si gira e ti pianta in asso. Antonio Pelle non lo dice, ma lo scrive. “Sono nato a San Luca” è il suo libro, uscito in questi giorni per il Verlag Langen Müller. Un volume di 208 pagine con diverse illustrazioni. Una prima edizione da 10.000 copie si rivolge ai lettori di lingua e cultura tedesca. Un libro che rivela il volto e l’operato di Antonio Pelle. Calabrese, nato a San Luca, in un Aspromonte avvelenato da faide e’ndrangheta, coproprietario dell’hotel che nel 2006 ospitò e portò fortuna alla nazionale di calcio italiana. Egli fu tra i primi a finire tra i sospettati di appartenere ai gruppi mafiosi calabresi. La vita di Antonio Pelle, che a 14 anni abbandona il paese, a 17 giunge a Kaufbeuren e dal 1978 vive a Duisburg, cambia il 15 agosto del 2007. Alle ore 2 e 30. Da quel momento, racconta Antonio Pelle, l’hotel diventa un bersaglio. Spiati e osservati dalla polizia appostata nella ditta che lo fronteggia. Le linee telefoniche sotto controllo. Richiesta d’informazioni presso le ditte fornitrici. Una vita messa in discussione. “È giusto che si indaghi, non creare un sospetto generale”, dice. Le ore che seguirono il massacro furono difficilissime. I collaboratori dell’albergo si sentivano chiedere: “Come vanno gli affari del mafioso?” o “Ma come puoi lavorare per un mafioso?”. Un periodo durissimo. “Inimmaginabile dopo 35 anni a Duisburg”. Antonio Pelle non riesce a chiudere occhio. Cade in depressione. È il medico curante che gli consiglia di “scrivere”. E così raccoglie le pagine della sua vita: “Le prime 30 pagine le scrissi in italiano. Poi in tedesco”, ha detto in una recentissima intervista. Sempre in questa intervista (WP, 1 settembre 2008) racconta che l’albergo fu costruito grazie alla Regione Nord Reno Vestfalia e che nella sua vita è documentata solo una sospensione in seconda media. Eppure: “Vengo marchiato come mafioso”, sottolinea. L’opera di Antonio Pelle è non solo la voce di chi è stato ingiustamente accusato, ma anche l’orgogliosa risposta a chi si permette, grazie ai pregiudizi e ai sospetti, di mettere sott’accusa interi gruppi etnici. Il loro lavoro, storia e cultura. (Luigi Rossi, Bochum) |
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