Si
perviene ad uno stadio della vita in cui l’uomo si accorge di avere
già vissuto. Avendo le cose perduto il loro potere di rivelazione per
l’esaurirsi della fantasia, «gli anni a venire non saranno che
l’illuminazione di quelli passati», colorando il presente del loro
riflesso. L’infanzia e l’adolescenza e buona parte della giovinezza —
scriveva Alvaro in Memoria e fantasia — rappresentano
«l’inventario dell’universo, la riserva dei tempi in cui avrà cessato
di parlare la fantasia». È la motivazione per cui il segreto dell’arte
— dall’antichità sino ad allora — non è stato se non «il prolungamento
delle visioni dell’infanzia e dell’adolescenza. Pittori e scrittori
hanno trovato infiniti misteri e popoli interi di figure tra le poche
persone del loro paese», o trapiantando il loro mondo originario, con
la ricchezza delle sue inquietudini conoscitive e delle sue
articolazioni fantastiche, nelle peregrinazioni erratiche in terre
diverse e tra i labirinti delle nuove realtà urbane. Consapevole che
con la sua generazione si spegneva tutto un modo di concepire la
natura, poiché la civiltà delle macchine stava creando una nuova razza
di uomini, un nuovo paesaggio, una nuova estetica, Alvaro concludeva
che l’imperativo etico dell’intellettuale, nel trapasso epocale tra
due civiltà, è quello di vivere il proprio tempo restando
sull’allarme, mentre quello dello scrittore, che vive in esilio
l’altra parte della vita, è di continuare a nutrire la propria arte di
nostalgia e di desiderio, con le intuizioni dell’infanzia e la
leggerezza delle memorie che si riaccampano vive e vere dal contatto
con una realtà irrimediabilmente diversa, dal quale promana la loro
intriseca felicità.
In
questa prosa di Cronaca (o fantasia) — autentico breviario di
poetica — Alvaro delineava con la consueta perentorietà di
formulazioni il sostrato regionalistico della propria scrittura (mai
disgiunto dalla tensione ad inserirsi nella contemporaneità, «il
presente e l’avvenire che ci appassionano») e la dimensione
archetipica del proprio mondo ispirativo, radicato nel microcosmo di
San Luca, un grumo di case oppresso da una atavica arretratezza
sociale ed economica e dalla vastità spaurente delle montagne
aspromontane. I ritorni fisici di Alvaro al paese natìo, dove aveva
vissuto i primi dieci anni di vita («i più lunghi e vasti e
popolati»), si fecero sempre più radi, fino a cessare del tutto dopo
la morte del padre, proprio per preservare dal depotenziamento mitico
di un reimpatto immiserente la fertilità artistica di quel mondo
dell’anima, cui lo scrittore doveva alimentarsi da lontano e che, non
a caso, non viene designato mai con il toponimo reale nella sua
narrativa (vi si allude, al più, ricorrendo a quello antichissimo di «Potamia»,
ad indicarne la esemplarità simbolica). E nelle lente sere d’inverno
al paese, accanto al focolare, avvenne la prima decisiva
frequentazione della letteratura, attraverso la voce paterna che
leggeva i romanzi di Cantù, Manzoni, D’Azeglio, Balzac e Mastriani,
(«ricordo quello stato di sogno, di dormiveglia, di vita tutta dietro
alle cose su cui fantasticavo»), instillandogli una vocazione ed un
sogno («mio padre voleva che il suo primo figlio fosse un poeta») che
egli sentì sempre come una promessa inadempiuta, confessando dopo la
morte del suo nume tutelare che gli «pareva di non dover soddisfare
più a nessuno» con il lavoro di scrittore. Ove si eccettui il libretto
su Polsi nell’arte, nella leggenda e nella storia (1912),
scritto quando era ancora studente liceale eppur notevole per la
capacità di congiungere il dato erudito con l’osservazione prensile
del dolore e della devozione nella massa dei pellegrini, in una
scrittura già scaltrita ed intarsiata dannunzianamente di cadenze
prosimetriche, Alvaro ha come passo d’esordio un esile volume di
dodici Poesie grigioverdi (1917), recensito dal Valori quando
era ancora inedito. In esso i talora ingenui echi carducciani e
dannunziani, pascoliani e crepuscolari, emergevano da un canto
disadorno e sliricato, che perseguiva una modulazione popolareggiante
— tra la nenia e il ritmo iterativo del cantastorie — per esprimere
polemicamente una visione dal basso, antieroica ed antiretorica,
dell’evento bellico, colto dalla angolazione visuale di quella massa
contadina che vi era stata chiamata come carne da macello, senza quasi
conoscere il perché del suo olocausto. Il tessuto stilistico e
metaforico appariva decisamente orientato ad una scelta di effetti
dimessi e quotidiani, pur se ancora vi permanevano scorie di
letterarietà tradizionale; e similmente la sperimentazione metrica non
infrangeva la struttura chiusa, ricorrendo in modo incostante
all’alterazione delle forme strofiche (soprattutto la sestina e
l’ottava) e rimatiche (attraverso l’inserzione dell’assonanza e, più
raramente, della consonanza).
È
una fase di acquisizioni culturali in movimento accelerato (ma, come
sempre, di innovazione nella continuità), questa che si apre per
Alvaro alla fine della guerra. Le venticinque liriche che egli compose
tra il 1917 e il ’21 (ed edite nel 1942 come secondo nucleo di Il
viaggio, in successione alla ristampa delle Poesie grigioverdi)
attuano un progressivo svincolamento dai ritmi popolareggianti e dalla
tematica bellica per tracciare con velate cifre autobiografiche di
realismo elegiaco il difficile ritorno dei reduci da un’esperienza in
cui è morta, e per sempre, la giovinezza. La poesia di Alvaro si
ammoderna e affina la propria strumentazione tecnica, ricercando
cadenze prosastiche (anche attraverso l’uso sapiente degli
enjambement) e arricchendosi di stratificazioni assorte, risalenti
da profondità esistenziali. E la narratività, che già era negli esiti
precedenti, delinea per tocchi rapidi e trascorrenti figure di donne
il tentativo di riconoscersi nelle realtà elementari e sacrali della
vita (La casa; Padre; Febbre), anche in funzione di
antidoto al serpeggiare della malattia tutta moderna del vegetare e
corrompersi nell’anonimato degli agglomerati urbani (Promessa;
Rivelazione; Elegia), dove con sintagma alvariano «tutto è
accaduto», perdendosi «nell’uniformità d’una scacchiera». A questo
secondo momento della lirica alvariana si presenta tematicamente
affine la prima raccolta di novelle, La siepe e l’orto (1920,
ma scritta in gra parte nel ’18), che si apre e si chiude nel segno
del padre, suo epicentro ispirativo (Figlioli; Casa nostra;
Viaggio di nozze; Quattro fratelli provinciali), e che
manifesta una irrequietezza di sperimentazione diegetica — si vedano
soprattutto le due novelle ‘impiegatizie’ dell’io narrante Alessandro
Rossi — in un florilegio di motivi e di linee che da questo cartone
preparatorio si irradieranno poi per tutta l’opera alvariana, con la
monoliticità di sviluppi che le è propria.
L’eredità della guerra si consuma nell’incubo di Il sogno e nel
ribaltamento di ricordi drammatici — affioranti dal dialogo tra
ex-nemici nella sala di un lupanare — sul versante sarcastico della
conclusione di Uomini. Ma l’asse del volume è imperniato su una
regionalità di ambientazione, di contenuti e di personaggi che ha
fatto parlare impropriamente di marcata influenza verista (Verga,
Serao, Deledda, Tozzi) e di presenza — qui e altrove enfatizzata —
della letteratura calabrese (da Gioacchino a Campanella, da Padula a
Misasi), mentre invece l’umanesimo della tradizione meridionale e la
lezione della narrativa italiana dell’Ottocento appaiono superate
dall’interno per effetto delle decisive suggestioni esercitate in
questa fase dalla letteratura russa, ed in particolare dalla spaurente
grandezza di Dostoevskij che gli aprì le porte della modernità (tra il
’20 e il ’21 sono pubblicate le sue traduzioni delle Novelle russe,
di L’eterno marito e di Il piccolo diavolo), nonché
dalla triade italiana Pirandello-Borgese-Bontempelli. In La siepe e
l’orto, infatti, affiora un realismo a punte ruvide o anche grevi,
come ad esempio nella sopravvalutata novella eponima; ma è il
sostrato, la strumentazione, il metodo di osservazione di uno
scrittore che però non abdica alla sua funzione di coscienza maieutica
del mondo e che — già qui, nelle pagine più riuscite, come poi nel
meglio della sua produzione novellistica — liricizza la materia del
narrato attraverso la compresenza e l’interazione e la specularità
memoriale (di volta in volta variata) dei due mondi, che
reciprocamente si svelano in una densità di luce sospesa. Viaggio
di nozze è, in tal senso, emblematica per la desublimazione
dell’alone mitico che vi si compie: nello stordimento da afflusso
sensitivo che è provocato dal contatto con la realtà urbana, «pareva
che le vesti di Lisa dovessero lacerarsi, che il suo corpo misero,
inutile, il suo corpo che Mario aveva pensato raro, modesta bellezza
di donna di paese, apparisse senza gioie e senza segreti, con le sue
soavità seccanti». Ed un baratro di solitudine incomunicante si apre
in Casa nostra tra il padre ed il figlio, che pure era tornato
al paese con il desiderio impossibile di cancellare le proprie
delusioni rimanendovi per sempre; una solitudine che circoscrive anche
il personaggio memorabile della Cecia di Santa Venere (la prima
delle prostitute innocenti di Alvaro e già librata nell’aura di
Gente in Aspromonte) e che si ritrova, non percepita, nella
insignificanza del grigio gocciare di una vita impiegatizia in
Alessandro Rossi e nelle sue Memorie (e qui, più che Gogol,
ha agito sulla memoria letteraria alvariana lo Jahier di Resultanze
in merito alla vita e al carattere di Gino Bianchi).
Con questo dittico siamo già a quella tematica dello sradicamento da
diaspora, dell’alienazione e dell’emarginazione nel monadismo della
città, che caratterizza il primo ambizioso tentativo di Alvaro nel
genere del romanzo: L’uomo nel labirinto (1926), iniziato a
Parigi sul finire del ’21 e poi rielaborato con complesse vicende
testuali a partire dal ’24. Dopo aver dato le dimissioni da redattore
del «Corriere della Sera», lo scrittore aveva lasciato anche Roma per
trasferirsi come corrispondente di «Il mondo» nella capitale francese,
allora «umbilico del mondo» secondo la celebre definizione di Ezra
Pound, ovvero crogiolo delle forze più vitali dell’avanguardia
letteraria (a cominciare dagli exiles americani Stein,
Fitzgerald, Hemingway, Eliot, e da Joyce). Il contatto stimolante con
questa nuova realtà si manifesta chiaramente nello sperimentalismo del
romanzo, per l’autore «il primo esemplare di quella letteratura degli
uomini traballanti del dopoguerra che formò un’epoca», macerati dalla
crisi d’identità e dall’incubo perdurante della carneficina immane. Il
romanzo, narrato in terza persona dal punto di vista del protagonista
e denso di un descrittivismo oggettuale che strania il racconto e
marca le solitudini, si apre con la descrizione di un risveglio
primaverile, che dà il «fastidio dell’essere vivi». E tale non è più
da tempo Sebastiano Babel, che sopravvive nell’atonia e nello
squallore della insignificanza e della emarginazione in una città che
non è la sua ed in una casa in cui non ha altri rapporti che quelli di
una algida e stanca quotidianità con la moglie Anna, della quale
desidera la morte, perché con la sua bellezza imprigionata,
sacrificale, è il simbolo stesso del fallimento esistenziale del
marito. Dopo che l’evento si è compiuto, Babel si rinchiude in uno
squallido alberghetto e tenta invano di rimuovere il ricordo
tormentoso della moglie attraverso una costellazione di incontri
erotici (il più delle volte immuni dalla congiunzione carnale) con
donne sensuali e grasse, in antitesi alla figura slanciata ed elegante
di Anna; ed infine parte alla volta del paese natale con May,
«immagine rinvilita e piccola» della moglie. Ma sin dall’inizio del
viaggio deve constatare l’impossibilità di instaurare una
comunicazione autentica con una donna di altra razza e sensibilità; e
nell’isola eoliana, dove si sono recati quasi per una sorta di
iniziazione al nostos, Babel l’abbandona tra le rovine di una
casa corrosa dallo zolfo. Anche il reinnesto nel grembo materno del
paese natale si rivela uno scacco: ciò che era assaporato nel ricordo,
si immiserisce e si rattrappisce nella realtà del vissuto; e Babel si
rinchiude in una nuova e diversa solitudine, declamando pateticamente
in una stalla abbandonata le lettere di pentimento a May, mai spedite,
che perdono la consistenza di parole per divenire puri ritmi
asemantici.
Antieroe grigio e ipocondriaco, oppresso da un’angoscia che egli
imputa allo sradicamento dal paese e lo spinge a tuffarsi
nevroticamente in gomitoli di strade, tra le selve dei palazzi, il
Babel alvariano pratica il piacere perverso della crudeltà e della
sessualità distorta, ma si appaga masochisticamente solo della propria
abiezione, confinandosi in un labirinto carceriale di specchi, di
simulacri, di fantasmi. È una patologia dell’anima che proietta la sua
disfatta esistenziale — vitalmente influenzata da intertesti
dostoevskijani — in un ipogeo metafisico, privo di contatto con la
natura e la verità, ad esprimere con incisiva crudezza di logica
espressiva la desolazione e la sterilità che contrassegnano tutto un
momento epocale di hollow men, ma anche la crisi di impotenza e
di disfacimento che attanagliava l’Italia nella fase di avvento del
fascismo, contro il quale quotidianamente la voce di Alvaro si levava
alta e ferma dalla colonne del «Mondo» e del «Becco giallo» (e, più
larvatamente, dal profilo biografico su Luigi Albertini) dopo
essere tornato a Roma sin dalla metà del ’22 proprio per coadiuvare da
vicino la crociata di Amendola contro le forze dell’illibertà. Non a
caso L’uomo nel labirinto ebbe problemi con la censura
fascista, superati solo grazie all’intervento di Bontempelli, del
quale — dopo avere prefato nel ’24 La donna del Nadir —
condivise da vicino l’avventura di «900», divenendo segretario di
redazione della rivista. L’influsso del realismo magico bontempelliano
è già percepibile nella lievitazione del reale che caratterizza le
pagine eoliane del romanzo, ed in particolare la visita alla villa
resa friabile dai vapori sulfurei, dove la precisione realistica dei
contorni sfuma in un’aura magica che fa sentire, attraverso l’interna
inquietudine, «quasi un’altra dimensione in cui la nostra vita si
proietta», secondo una glossa dello stesso Bontempelli; ma esso
traluce soprattutto in Misteri e avventure (1930), una raccolta
di novelle scritte tra il ’25 e il ’29, la più sperimentalistica della
produzione alvariana e, appunto, la più bontempelliana.
Nella prima sezione, «Boccadoro», viene perseguita una statica
rimodulazione di episodi agiografici attinti dal leggendario
medievale, e soprattutto dalle Vite dei Santi Padri del
Cavalca. Nella seconda, «Viaggi attraverso le cose», la scrittura si
fa metaforica e surreale, fra favola e parabola utopica, per tracciare
fantastici Reisebilder attraverso paesi (l’isola di Gunaica,
Metropoli, Kefalea, la Nuova Atene) che essa trasfigura dalla realtà
presente, per corroderla con una ironia che vorrebbe essere swiftiana,
ma che rimane gioco estetizzante, artificiato, sebbene sia basato sui
temi tipicamente alvariani del trapianto impossibile in un’altra
società e della corruzione che scaturisce dal contatto distruttivo tra
mondi diversi («partimmo senza avvertire nessuno, mentre una grande
febbre di costruire paesaggi si era impadronita di tutti. A Kefalea,
che noi avevamo veduto negli ultimi istanti della sua vita antica,
finiva tutta una civiltà»). Delle tre sezioni l’ultima, «Serate in
città», è la più interessante e segna un ritorno al respiro breve
della narrazione: tutta ambientata in un contesto di divorante
solitudine metropolitana, in cui il mistero esistenziale assume una
più fonda risonanza, racconta con timbro realistico ed accorato una
fine dell’innocenza attraverso il piacere della crudeltà, questa volta
avvertito come degradazione e condanna (la novella eponima); e
pulsioni d’amore che si sfiorano parallele senza giungere ad
incrociarsi (la bellissima Avventure, con un fantasma di donna
che viene disegnato dalla immaginazione attraverso un paio di scarpe
posto fuori dalla stanza di una pensione); e contatti di sguardi e di
anime che rimangono effusi come un magnetismo, senza rivelarsi, per
una geometria dell’elusione che preserva dalla delusione e consente la
regressione al tempo sognante dell’adolescenza (Storia degli amori
non fatti).
Rispetto a Misteri e avventure — anch’essa pubblicata nel 1930
— la silloge di racconti La signora dell’isola mostra una
feconda coesistenza di ambientazioni e di nuclei ispirativi. A
dominare è la solitudine metropolitana, con lo squallore deietto delle
stanze mobiliate e degli oggetti che le arredano, i quali divengono il
riflesso ed il coagulo di un’angoscia sottile da isolamento o di
un’atonia da mera sopravvivenza fisica. In spazi carceriali di
esistenze difettive avvengono inaspettati e irripetuti incontri di
corpi (Qualcuno ha suonato), si consumano nella rabbia o nell’algore
gli ultimi atti di delusioni amorose (Veder amare; Stagione
della signorina), si recitano come su un proscenio le stereotipie
dei ruoli comportamentali (Fanciulla al ballo). Ma gli effetti
più implosivi di questa scrittura, che alterna sapientemente la
crudeltà impassibile del realismo al rintocco appenato dell’elegia,
vengono raggiunti lì dove Alvaro coglie il momento cruciale
dell’incontro e della frizione tra mondi diversi (la novella eponima;
«Taverne Capri»; L’orologio) o, più ancora, dove esso
viene messo stupendamente a fuoco attraverso i mutamenti psicologici
provocati dal nuovo contesto in personaggi della diaspora (la storia
di Celina, che va a rivedere l’uomo con cui in paese aveva
intessuto un muto idillio, suicidandosi dopo essere stata da lui
deflorata senza amore). Per questa via la raccolta perviene ad un
denso nucleo di racconti ‘paesani’ senza alonature mitico-liriche (ove
si eccettui l’elegiaco Il canto di Cosima), poi confluiti nel
’53 nella rielaborazione di L’amata alla finestra, con il
passato che riaffiora dolorosamente rivelando il vero volto della
realtà vissuta (Gioia), la violenza disumana della solitudine e
dell’interesse economico (Il ricco Garzia) e la durezza
immedicabile della emigrazione, con ribaltamento pirandelliano del
consueto topos del ritorno attraverso l’assunzione di un’identità
trasposta (I denari); mentre alla guerra come prova iniziatica
e come frattura interiore di una intera generazione è dedicato un
dittico (Partenza; Le strade fatte a vent’anni), che con
poche varianti è stato innestato nell’organismo romanzesco del coevo
Vent’anni, all’insegna di un bricolage tra generi
diversi di scrittura che è costante in Alvaro.
La
fascinazione di un passato mitico, il ritrovamento delle radici e di
un’identità ancestrale, in contrappunto all’avventura novecentista,
emergevano compiutamente da un umile (e pressoché sconosciuto)
sussidiario scolastico di cultura regionale, La Calabria
(1925). Pur nei limiti dell’assunto, lo stile si caricava di risonanze
connotative e di vibrazioni ieratiche; ma la tentazione incombente
dello slittamento nell’idillio e nel mito era sconfitta dalla
coscienza della lotta sisifea che tutto un popolo aveva ingaggiato
contro la rapinosità degli elementi, sia della natura come della
storia. In dialettica trepida con un paesaggio corroso e scarnito,
infido e stregato, Alvaro ritrovava il senso rassicurante della
tradizione, degli usi e dei costumi rituali che si tramandano da
secoli, quasi ad esorcizzare in sé il malessere della civiltà
contemporanea ed il dissolversi di una concezione millenaria della
natura e dell’uomo. Per la prima volta il mondo mitico-regionalistico
della scrittura alvariana trovava un disegno coerente ed organico,
preparando i grandi esiti di Gente in Aspromonte (1930) e di
L’amata alla finestra, soprattutto se quest’ultima la si legge
nella strutturazione iniziale del 1929, articolata in quindici
novelle, la quale possiede una compattezza ed una vetrina purezza di
timbri espressivi e di sviluppi che si disperdono nell’edizione del
’53, ampliata con l’immissione di tre racconti di Misteri e
avventure e di altri (e più numerosi) prelevati da La signora
dell’isola. La raccolta è incardinata sul motivo dominante di
questa fase alvariana, la perturbazione prodotta nel mondo arcaico
dall’urto — alterante, mortifero — con la civiltà evoluta o
dall’innesto disadattato in essa. In ouverture alla novella
proemiale, Ritratto di Melusina, appare un io narrante che,
«sebbene non ricordi quasi più le passioni della sua terra»,
pure conserva verso di essa «una solidarietà carnale»: un diasporato
che da lontano rivive non proustianamente quel mondo, magari mediante
un reperto oggettuale che lo ricongiunge ad esso ed alla luce di
un’esperienza dolorosa di un’altra realtà; ed è una presenza che si
irradia per tutta la raccolta, pur se emerge ad intermittenza e con
modalità diverse, ora agendo all’interno della diegesi, ora
dissolvendosi nella rievocazione dopo averla introdotta. Sulla scorta
di questa istanza mitica, che tende ad assolutizzarsi in emblemi,
«narrare realisticamente non è più possibile», secondo la preziosa
indicazione di Alvaro nel suo giornale di scrittore: i personaggi di
L’amata alla finestra sono colti per linee rastremate, nei
momenti culminanti che lasciano scoprire il passato e intuire
l’avvenire; ed il tessuto lirico di immagini e di similitudini, che
non di rado gonfia ed appesantisce artificiosamente la scrittura
alvariana, perviene qui ad una misura intrinseca di sintassi
espressiva, modulandosi in una voce assorta d’echi, risalente da
profondità lontane nello spazio e nel tempo e screziata sapientemente
dai riverberi dell’inespresso e dell’intuitivo.
Nella novella di Melusina la perturbazione del microcosmo arcaico è
provocata da un pittore straniero, che obbliga la giovane donna a
farsi ritrarre. L’esile spunto si arricchisce di valenze ancestrali:
Melusina «piange una morte» sentendosi violata dalla creazione di un
«doppio di se stessa», «sposa mistica di uno che l’aveva rapita»; ed
il rovinio del suo mondo interiore è speculare al disfacimento del
paese in cui era rimasta la sola immagine pura della vita e della
bellezza. Nel dittico di Cesarino (Il nipotino; Il nemico)
il leit-motiv della separatezza e del contatto dei due mondi è
orchestrato stupendamente attraverso il mondo dell’infanzia: lo
straniero è un bambino che giunge al paese per un breve nostos
del padre. Con magrezza ed intensità di segni, che traspongono
naturalmente il dato del reale in simbolo, Alvaro coglie l’immobilità
del mondo d’origine (la nonna «greve nelle sue vesti, immobile e
necessaria come il cestone del pane e il desco»), la diffidenza
iniziale dei nonni verso il frutto anche di un’altra razza, seguita da
un progressivo disgelo e dall’aprirsi del bambino al «riso elementare
dei ragazzi dei campi», quelli che si asservono al dominio del ragazzo
venuto da fuori, mostrando nella mimesi giocosa della guerra la
gerarchia delle razze e delle classi ed il male della storia. E
l’infanzia come emblema di un momento categoriale dell’umano ritorna
in Fuga, con Carletto che dopo una breve vacanza al mare tenta
di scappare da casa per paura, crescendo, di divenire come il padre,
di somigliare «a quella fatica eterna, […] come se vivendo si fosse
scordato di vivere». Un uccidere il padre dentro di sé per poter
raggiungere una propria identità, che è contrasto generazionale ma
anche divaricazione fra chi tende alla diaspora e chi — invece —
rimane pervicacemente attaccato alla roccia d’origine: una fuga vitale
— e lacerante — da un padre troppo forte, che è stata portata sino in
fondo dal figlio pescatore di L’aquila di mare, dove il motivo
baudelairiano dell’albatro ferito, che il padre dà con ferocia in
pasto ai cani, è ripreso per dare espressione alla volontà odiosa di
frangere le scelte alternative del figlio, riaffermando una coriacea
visione dell’esistenza che non vede scampo tra l’essere vittima o
carnefice. Rimanere al paese dopo essere stati tentati dall’ignoto,
identificando la sua immutabilità con la «verità vera e sicura del
mondo, la sola», è però regressione (Alfabeto), rinunzia
definitiva a maturare e vivere (La corona della sposa) e,
soprattutto, acre fagocitazione e soffocazione esistenziale, come
palesa il perfetto esito espressivo di La donna di Boston: una
presenza bionda, allotria in un «mondo decrepito», ma familiare nella
tristezza e cancellata nella sua diversità attraverso la violenza di
una omologazione claustrale. Ma duro è anche il prezzo pagato dai
profughi per aver tentato l’innesto nella civiltà evoluta: la
solitudine dell’emigrante che attende da quindici anni la venuta della
famiglia (Il marito); il disadattamento dello studente
inurbato, Giustino, che si sente addosso tutte le colpe degli uomini (Adolescenza),
o di Bruno che inventa la realtà del sogno per vivere il proprio mito
(L’amata alla finestra); e lo sradicamento dell’io narrante di
Ermafrodito, che racconta una vicenda di metamorfosi virile,
scaturisce dall’avere infranto il sortilegio della strega-levatrice,
teso a non farlo andar via, sicché ora — pur consapevole della caduta
dei miti giovanili — soffre per la sua «incapacità a vivere nel
mondo», per il suo essere «un’immagine fuori del tempo, vivo ricordo
dei mondi trascorsi, qui, come in una stretta prigione».
Il
prologo di Ermafrodito — con i suoi iterati richiami al
propagarsi del mito classico nell’immiserito presente della Calabria
magnogreca — può essere letto come una sorta di manifesto ideale della
poetica sottesa ai racconti di Gente in Aspromonte. Dove tutto
è rimasto immobile da millenni, ancora «vivono gli antichi sentimenti,
o la loro fatalità. Qui la volontà degli uomini, questa invenzione dei
moderni contro il Fato, non ha valore, e gli uomini sono trascinati ai
gradi più impossibili delle passioni. […] Qui dove le tracce del
passaggio degli uomini sono distrutte, la storia dell’uomo, la sua
razza e le sue passioni sono più vive che nei monumenti». Prima,
dunque, che si consumi la scomparsa di ciò che per millenni è stata la
natura umana, la scrittura alvariana percorre il tempo geologico della
società e della storia: una primitività di passioni, ambienti e
personaggi suscitata in contrapposizione all’alienazione ed alla
solitudine anonima della nuova civiltà; ed anche — per Alvaro — un
ancoraggio dell’identità e della memoria nel momento in cui
l’intolleranza fascista lo spingeva ad emigrare a Berlino. La
sedimentazione antropologica, la elementarità delle figure in preda a
poche ma laceranti passioni motivano un’altra prova dello
sperimentalismo alvariano in questa densa fase, l’adozione di una
tecnica narrativa di stampo realistico come mai in passato (ad
eccezione di Cata dorme, scompare l’io narrante di L’amata
alla finestra), ma sempre con un accorto equilibrio fra mimesi e
voce lirica, tra il paesaggio come correlativo oggettivo ed il suo
sfumare in simbolo, tra i calchi popolareschi nei dialoghi e
nell’indiretto libero e, di contro, lo scorporarsi del reale nella
stupefazione turbata di un bambino, davanti all’immagine di una
bellezza che per lui confina con il divino (La signora Flavia),
o l’inturgidirsi dello stile nell’eccitazione bacchica della
vendemmia, nel serpeggiare della gelosia arresa e della sensualità
irridente, per poi indurirsi nella secchezza drammatica del dialogo,
prodromo di un epilogo sanguinoso, lasciato felicemente nell’intuitivo
(La pigiatrice dell’uva). E senza mai che la narrazione sia
tentata dall’impianto a tesi nel disegno di usi e costumi ancestrali
(il rapimento nella valle di Polsi di Coronata; l’egoismo
sadico del padre e la dedizione sacrificale della figlia in
Teresita; la perdita dell’identità e della appartenenza in La
zingara; la rivalità paesana, che deflagra nel delitto sacrilego,
di Vocesana e Primante; il recupero della vita, in
Ventiquattrore, attraverso la paura di una morte predetta),
ovunque imprimendo il timbro nitido e riverberante di un’arte
poeticamente matura, come nelle due stupende novelle che hanno ad
epicentro una figura di prostituta, redenta per una notte dal pudore
di un contatto materno (Innocenza) o consegnata per sempre
dalla morte violenta al mito della sua bellezza (Cata dorme).
Se in questi testi Alvaro appare
intento a cogliere le categorie eterne della natura umana, nel lungo
racconto eponimo il turbamento originato dalla realtà della vita, in
un pastorello, e la scoperta iniziatica del mondo e della durezza
delle sue leggi non sono destoricizzati ma, invece, innestati in un
itinerario di formazione che spinge il protagonista — in una luce
albale e dolorosa di conoscenza — a rivoltarsi contro l’acquiescenza
servile di una società ancora feudalizzata ed a vendicare il sopruso
subìto, provocando la rovina economica dei persecutori della sua
famiglia. È stato detto — non erroneamente — che qui Alvaro ha saputo
metabolizzare nella propria scrittura la coralità verghiana, quando
ricrea il respiro soffocante e maligno del microcosmo paesano, ed il
ribellismo dei romantici calabresi, in primis il Padula. Ma più
importa segnare lo scarto da queste late coordinate di riferimento,
che altrimenti lo ingloberebbero in una posizione di verismo epigonico,
e da un impegno che — pur avendo le sue radici in una profonda e
sofferta partecipazione al dramma sociale — non si esaurisce nella
rappresentazione realistica o nella denunzia polemica di
un’ingiustizia atavica. Il celebre attacco di Gente in Aspromonte,
ritmato su cadenze prosimetriche, imprime uno slontanamento
mitico-lirico agli elementi della vita pastorale che si succedono
nella descrizione, ad evocare la lentezza con cui dalla nebbia
dell’inconsapevolezza sono affiorati alla coscienza bambina di
Antonello Argirò. Dalla solitudine dell’eremo montano, in cui vive una
vita inclemente ma chiusa in un cerchio protetto d’orizzonte, scende
in paese dopo che la mandria di buoi custodita dal padre è precipitata
in un burrone; e lo accompagna nelle stazioni dolorose di una via
crucis che si snoda dentro i palazzi dei potenti Mezzatesta,
avendo — mentre i suoi occhi si dilatano a cogliere un mondo
sconosciuto — la prima acuta percezione della disumanità e
dell’ingiustizia della loro condizione. Con rigore strutturale e
sapiente gradazione di toni e di timbri, Alvaro traccia il passaggio
dalla favola della vita alla rivelazione della sua entità attraverso
la comunità infantile del paese, che riflette le leggi e le violenze
del mondo adulto, creando uno sfondo vivo di spazi e di interni, di
voci e figure: «un inventario dell’universo» ed una prefigurazione dei
comportamenti e degli eventi futuri, ambientati negli anni del dopo
terremoto. E quando il viaggio iniziatico s’è compiuto, Antonello
regredisce sullo sfondo di un proscenio che non serba più traccia
alcuna della favola infantile. Domina con acre tecnica realistica la
legge rapace della roba, che infrange anche la sacralità dei valori
familiari e che muove la tentata ascesi sociale di Argirò attraverso
l’invio di un figlio in seminario: un progetto cancellato con la
violenza dagli eredi del vecchio casato, che temono di perdere il loro
potere feudale. Ma dopo essersi innalzata ai toni della tragedia, con
la rivelazione di un incesto e la cecità di un Mezzatesta, a seguito
dell’incendio appiccato per ritorsione da Antonello, la narrazione
sfuma genialmente, con esito circolare, in un clima favoloso: nel
finale aperto del racconto la ribellione di Antonello, che depreda i
ricchi per donare ai poveri e vendicarli, in attesa di poter parlare
con uno Stato sino ad allora lontano e silente (e poi soltanto
punitivo), non può, appunto, che tingersi dei colori stemperati di una
parabola utopica.
Si compie anche in Vent’anni,
scritto a Positano nell’estate del ’30, una scoperta del mondo e del
male della storia, ma questa volta attraverso gli occhi di un soldato
adolescente, che giunge a Firenze da un lembo estremo del Meridione
contadino per frequentare il corso di allievo ufficiale prima di
essere spedito al fronte. Nella città toscana Luca Fabio si sente
«pellegrino e straniero»; e la retorica illusiva di cui è imbevuto —
la guerra come banco di prova ed olocausto — diviene un modo per
operare mediante la convinta condivisione di questo ideale il
passaggio dalla regione alla nazione, integrandosi in una identità
comune senza rinnegare le proprie radici. Nella città toscana
esperimenta attraverso l’amore per Eva Ammeri, la donna come enigma ed
assoluto, il contatto infiltrante con la «malattia del secolo», ovvero
la ricerca tormentosa e vana di un significato esistenziale e di una
fuga dalla solitudine. La vita nel fango delle trincee, battute
ossessivamente dal fuoco avversario, segna la caduta del mito
risorgimentale della guerra e l’esperienza di altri e più fondi valori
umani (l’amicizia, la solidarietà quotidiana nel dolore), che egli ha
modo di convalidare alla luce suprema della iniziazione alla morte,
compiuta attraverso la scomparsa di Attilio Bandi, personaggio-emblema
di una borghesia educata al sacrificio per la patria quale dovere
fondante dell’esistenza. E come nell’epilogo di una tragedia, a Luca —
scampato all’inutile carneficina anche in virtù dell’attaccamento
terragno alle proprie origini — toccherà vivere per testimoniare la
desolazione e la volontà di rinascita di una generazione: «si rimisero
in cammino. Camminare voleva dire essere vivi». Documento del
chiudersi di un’epoca, e indagine genetica sulla crisi profonda di
valori che ne ha determinato la fine, Vent’anni dà uno spaccato
complesso della società italiana attraverso il reagente di un evento
eccezionale, che ne impronterà drammaticamente il futuro prossimo. Nel
filone intensivamente frequentato della letteratura di guerra questo
romanzo si pone tra gli esiti più rilevanti per la densità poetica che
lo percorre, ricreando con fonda liricità e malinconia il clima di una
civiltà al crepuscolo. L’accamparsi di istanze moralistiche e
saggistiche, come anche il pericolo — sempre in agguato per Alvaro —
della letterarietà compiaciuta, producevano però interferenze e
disomogeneità negli sviluppi della tela romanzesca, che nella prima
edizione erano ben più ampi e articolati. Nel 1953 Alvaro è poi
ritornato sul testo, operando massicci interventi di contrazione e di
semplificazione sulla struttura narrativa, in particolare per quanto
riguarda i primi capitoli: sono stati espunti alcuni personaggi, e non
dei minori (come ad esempio Cosma Lorici, double di Luca); ed è
praticamente scomparso l’idillio con Eva, che prima aveva assunto le
dimensioni di un romanzo nel romanzo, in modo tale da restituire
l’opera — depurata da quelle imbottiture che ne accentuavano
l’impianto narrativo — alla sua «espressione più autentica e
riuscita».
Dopo aver descritto in Vent’anni
la fine di una civiltà, Alvaro si immette risolutamente nel vivo (e
nell’analisi) della «malattia» e delle inquietudini contemporanee,
grazie anche alle esperienze decisive che compie in questi anni da
giornalista e da esule. Viaggio in Turchia (1932) nasce da un
réportage compiuto per conto della «Stampa»: ovunque l’occhio
dello scrutatore vede il lento dissolversi di un mondo millenario per
effetto della sopraffazione esercitata su di esso da una civiltà più
evoluta, che impone le sue leggi e i suoi costumi di vita. Quanto era
andato enucleando nelle prose di viaggio, viene felicemente riversato
in L’ultima delle mille e una notte (la prova più ‘narrativa’
di Alvaro per ritmo e intreccio), il primo dei quattro romanzi brevi
che compongono Il mare (1934), mentre il secondo, Solitudine,
ha origine dal soggiorno berlinese, fecondo di contatti e di scoperte
intellettuali (da Kraus a Brecht, da Benjamin a Rosso di San Secondo).
A Berlino lo scrittore calabrese percepisce il serpeggiare dell’odio
tra le razze, con la necessità di scaricare la tensione nella lotta, e
l’infiltrarsi della paura in ogni manifestazione della vita
quotidiana. In Solitudine questo stato di disagio della civiltà
viene messo a fuoco con intensità lacerante (è tra gli esiti
espressivi più alti dell’intera narrativa alvariana per compattezza
strutturale, densità tonale e coerenza di registro stilistico)
emblematizzandolo nell’incontro erotico di una donna continentale, che
vuole «assaggiare un frutto diverso», e di un diasporato meridionale,
che si sente «una natura a parte». È un contatto che si carica di
tensione disperata, nel monadismo e nella reificazione e nell’enorme
anonimato di una moderna metropoli. Come donna che è natura, terra,
identità, tradizione, Elfrida diviene il simbolo della
differenziazione tra le patrie e di una solitudine infuggibile, poiché
dentro di lei, mitridatizzata contro l’amore, pulsa il rifiuto
dell’altra razza (che la può fecondare ma non fondare una famiglia),
tanto da nutrire persino la tentazione di sopprimere Stefano, nel
corso di un viaggio di ancestrale tenerezza al termine della notte.
Dalla infelicità degli «animali» urbani e dall’odio che li separa nel
loro algido e frenetico movimento di bisogni e di lotta, si transita
nello stupendo racconto eponimo all’inquietudine del ritorno malato
alla natura. Con percezione acutissima delle sensazioni e delle
vibrazioni, Alvaro instaura una rispondenza stregata fra il
paesaggio, il mare come battito del tempo e la psicologia dei
personaggi: una luce metafisica candisce le persone e le chiude come
in un cristallo, rivelandole nella loro inferma solitudine; e nella
simbiosi con l’elemento marino la donna diviene l’immagine di un
«infinito non finito», che è mistero e disperazione del possesso.
Reduce da una delusione d’amore, e incattivito dalla fascinazione di
un paesaggio in cui misura la sua irredimibile distanza dallo stato di
natura, Tartuca infiltra in Alda con maieutica luciferina la malattia
dell’inquietudine e dell’infelicità e la induce ad accogliere nel
grembo l’adolescente Benvenuto, corrompendolo e corrompendosi. Ancora
il mare — questa volta nella variante cittadina di una spiaggia alla
moda — torna come scenario attivo di una corruzione e di una caduta in
Domani, un romanzo scritto tra l’agosto del 1933 ed il gennaio
del ‘34 e poi lasciato incompiuto, sebbene tutt’altro che
narrativamente mancato. E sempre la presenza marina come elemento di
catalisi e di catabasi nella patologia della civiltà contemporanea
ritorna in L’uomo nel labirinto, ripresentato in una redazione
fortemente essenzializzata nella struttura e nella scrittura, a
chiudere con l’impossibilità della palingenesi la tetratologia di
Il mare.
Dopo il ritorno da Berlino, negli anni Trenta diviene intensa
l’attività giornalistica, che fa registrare un marcato decremento
della produzione novellistica (in parte confluita nel 1940 in
Incontri d’amore) per sviluppare invece riflessioni di ‘moralità’,
annotazioni di poetica e fitte meditazioni in margine ai faits
divers del quotidiano, apparse soprattutto in «Il mondo» e in
«900» e poi sillogizzate in un un volumetto dal titolo bontempelliano,
Cronaca (o fantasia). L’aspetto più interessante di tale
operosità, che ha consentito il pieno venire alla luce della vena
saggistica e moralistica incubante in Alvaro (ora opportunamente
documentata dalla monumentale edizione degli Scritti dispersi
1921-1956, mentre purtroppo rimangono ancora da raccogliere
organicamente quelli di critica letteraria, ramo tutt’altro che
secondario del suo métier di giornalista), è senz’altro
costituito dalle corrispondenze di viaggio, in gran parte compiute per
conto della «Stampa». Si collocano in tale ambito Terra nuova.
Prima cronaca dell’Agro Pontino (1934), in seguito giustamente
rimproverata allo scrittore come prova della sua parziale — e comunque
dignitosa — resa al fascismo trionfante; ed Itinerario italiano
(1933 e, ampliato, 1941), con cui ha inizio una magistrale
randonnée nel paesaggio e nel costume della nazione in fase
mutante (privilegiando il tramandarsi della antica sanità popolare in
opposizione allo «sfascio» della civiltà moderna), poi proseguita con
i postumi Roma vestita di nuovo (1957) e Un treno nel Sud
(1958), della trilogia indubbiamente il più consentaneo ed intenso. Il
frutto maggiore dell’Alvaro ‘reisebilder’ è però da indicare in
I maestri del diluvio. Viaggio nella Russia Sovietica (1935),
compiuto da un osservatore che — senza mai rimpiangere anche per un
«solo momento» la vecchia Russia degli zar — percepisce
umanisticamente la spaventosa portata dei pericoli insiti nello
statalismo totalitario. Alvaro vede l’URSS minacciato dall’atrofia
delle facoltà creatrici: il conformismo, la programmazione coatta di
ogni attività della vita e della spirito fanno sì che sia considerato
come un fenomeno di degenerazione ogni individuo che si distacchi
dalla qualità della massa; e la soffocante dittatura della classe
politica, supportata dai quadri burocratici e tecnici, ha relegato al
rango di «favola» l’utopia di una società senza più classi ed i «miti
socialisti del dominio dei produttori del lavoro». È la tramatura
ideologica da cui scaturisce L’uomo è forte (1938), il romanzo
della paura che imbibisce ogni elemento dell’umano, ma non riducibile
ai canoni della pura distopia per l’indovinato equilibrio, che vi
s’instaura, fra istanza etico-saggistica e struttura narrativa e per
la la ricerca, che vi domina, di valori espressivi nello stile e nel
taglio degli episodi, improntati ad una tonalità plumbea, ossessiva,
allucinata. Anamnesi impietosa della follia di potenza dei sistemi
totalitari (compreso il fascismo), L’uomo è forte rappresenta
il momento più acuto della contestazione alvariana nei confronti della
società massificata che coarta, isola ed annichilisce. Ogni aspetto
della realtà kafkiana che fagocita Dale — tornato in patria perché
crede nella nuova società nata dalla rivoluzione — è attanagliato
dall’incubo del proibito, che stravolge le coscienze e vieta ogni
forma di individualità, soprattutto l’amore, il modo più privato e
resistenziale di lottare contro la solitudine «di un mondo che odora
di morte». Sotto la pressione soverchiante della paura Dale e Barbara
assumono la consistenza di ombre incorporee che si consegnano — con
slittamento fatale — nelle mani totalizzanti del Potere: l’uno
attraverso un delitto dosteovskijano, l’altra attraverso la delazione
dell’amante, per salvarsi e per distaccarsi dall’abiezione di Dale,
divenuto «vile come tutti gli altri»; ma quest’ultimo,
dall’annichilimento di una mera esistenza biologica in una cellula
nevrotica di terrore, riuscirà a salvarsi fuggendo, sopravvivendo
nella speranza di un domani in cui l’uomo non sia vittima sacrificale
della storia, ma soprattutto ricostituendo la propria coscienza
dall’abisso della colpa e dell’alienazione.
Nel romanzo già si coglievano i primi segni di una distanziazione
dalle «piccole viltà» messe in atto con il fascismo, e sfociata prima
nella direzione alvariana di «Il Popolo di Roma», alla caduta della
dittatura, e poi nella fuga a Chieti sotto falso nome, perché posto
nelle liste di proscrizione. La guerra, vissuta come un evento
angoscioso anche a livello familiare, ed il ritorno definitivo alla
libertà segnano il deflagrare di una tensione civile che, come un
fiume sotterraneo, percorreva l’opera alvariana e che ora diviene
imperativo kantiano di partecipare — da scrittore — alla rifondazione
nazionale, ma anche di combattere i nuovi mostri che si vanno
profilando nel difficile restauro dell’essere uomo dalla stato di
deiezione provocato dal totalitarismo. Questo percorso emerge palese
in 75 racconti, autentica summa della novellistica
alvariana, poiché vi si ritrascrivono come in un diagramma ultimo
tutti i suoi nuclei tematici e moduli diegetici (mentre la postuma ed
affastellata raccolta di La moglie e i quaranta racconti,
datati tra il 1930 e il 1955, presenta un interesse soprattutto
documentale, quando non archivistico). Nella prima parte, Incontri
d’amore, pubblicato autonomamente con questo titolo nel ’40, in
una scrittura sempre più filtrata ed essenziale affiora ancora la
Calabria primitiva e misteriosa, ancestrale e lenitiva (La cavalla
nera; Madre di paese), in contrappunto con volti ed
atmosfere e mascherature di solitudini urbane (Festa borghese;
Cinema), così come il motivo pudico della solidarietà e della
difficile decenza quotidiana lo è in rapporto alla immensa crudeltà
della vita. Ma nella seconda, Parole di notte, le immagini
della Calabria si diradano, la capitale diviene l’epicentro
dell’ambientazione (e della corruzione) e si infittiscono gli echi
della storia recente e presente (Il carnefice disattento),
senza alcuna concessione alla moda neorealista. Con il procedimento
musivo che è tipico del ‘narrar breve’ alvariano — un accumulo
percettivo di particolari da cui si riverberano vibrazioni ed echi in
una fonda modulazione elegiaca — si affolla un campionario di
personaggi deprivati di un volto riconoscibile, incattiviti da un
rancore senza oggetto o sfogato sterilmente in atti gratuiti, emblemi
di uno squallore doloroso e di una precarietà esistenziale che si
avviluppa in incontri travolti dal flusso del tempo (Elegia per
Magda) o rinserra la condanna della solitudine nell’isolamento
indifeso della tentata comunicazione al telefono (Due voci, due
ombre): «da una storia alla storia», secondo l’esatta formulazione
di Balduino. A documentare la portata dell’impegno civile in questa
fase dell’itinerario alvariano sta L’Italia rinunzia? (1945),
un appassionato pamphlet che denunzia l’eventualità di una
restaurazione, da parte delle forze reazionarie, ed il pericolo che
gli italiani — rimuovendo la coscienza della tragedia vissuta —
abdichino ad un radicale rinnovamento della società. Ma l’engagement
saggistico si riversava in misura dominante, con risvolti anche
narrativi e potenza di stile, nelle meditazioni sulla fenomenologia (e
sulla patologia) della nuova società, che trovavano la loro
destinazione naturale negli elzeviri apparsi sui quotidiani e poi
articolati per categorie, secondo una scelta selettiva, in Il
nostro tempo e la speranza (1952). A prescindere dalle pur
interessanti pagine di teoresi sulla letteratura, sul teatro e sul
cinema, la linea portante del volume è costituita dalla registrazione
dei riflessi che i mutamenti epocali hanno prodotto nella civiltà
occidentale: con densi aforismi Alvaro smaschera il dilagare
dell’egoismo e del consumismo, l’umiliazione e la violazione della
personalità, l’avvilimento della paura che si perpetua, poiché, fin
quando continua ad essere possibile schiavizzare un individuo o un
popolo, «il fascismo non è finito». Le note più intense sgorgano
dall’incubo della guerra fredda, che fa crollare le concezioni morali,
e dalla ritornante consapevolezza che solo il legame con il passato
preserva la fede e la speranza, come emblematicamente ribadisce la
cifra autobiografica, in dissolvenza memoriale, delle ultime tre
prose.
La tempra altissima del moralismo
alvariano — proteso dalla propria cellula meditante ad osservare lo
spettacolo caleidoscopico di una società degradata (quella che
gravitava attorno al potere) e ad interrogarsi sul destino dell’arte e
della civiltà nell’era dei totalitarismi — trova il suo modulo più
duttile ed incisivo nel diarismo («non è un diario, né
un’autobiografia») del suo giornale di bordo di scrittore, vergato tra
il ’27 ed il ’47 e pubblicato nel 1950 con il titolo di Quasi una
vita. Nel monologo di uno zibaldone che si dipana diacronicamente,
secondo gli spunti offerti dalle evenienze au jour le jour e
dalle meditazioni interiori, si alternano in mescidazione
apparentemente casuale (ma solo il raffronto con l’autografo
consentirà di accertare l’incidenza della selezione e della
rielaborazione) e con il respiro breve dell’appunto o fulmineo
dell’aforisma, spunti di poetica e descrizioni, scheletri di
svolgimementi narrativi e ipotesi di romanzi e di racconti,
pettegolezzi e sussulti salottieri, figure ed episodi colti da
reporter nel loro momento testimoniale, microfatti che illuminano «le
forze, l’ambiente e i sentimenti» di una generazione, insieme con il
riapparire ad intermittenza dei più fondi motivi della tematica
alvariana (l’infanzia, la donna, il mondo sommerso, i ricordi
familiari e paesani). Un libro segreto in opposizione al modello
dannunziano ed anche alla goethiana «biografia esemplare», impegnata
ad «una sempre maggiore perfezione»; un giornale intimo, scritto da un
antieroe che per un ventennio non ha avuto, non ha potuto avere, «una
favola della vita» ma, di contro, ha dovuto praticare una strategia
della renitenza e della sopravvivenza — fisica e psichica — in
rapporto alle violenze ed alle lusinghe del potere. Ed in controluce
vi si disegna anche una mappa di contatti conoscitivi con la maggiore
cultura europea, tracciata da un intellettuale che aveva eccezionali
antenne ricettive nel captare l’importanza — talvolta ancora
sconosciuta in Italia — della Achmatova, di Majakovskj, Pasternak,
Benjamin, Brecht, Hesse, Mann, Huxley, Orwell: un antidoto al
proliferare — registrato impietosamente, ma non sprezzantemente — del
carrierismo e del conformismo, del servilismo e del provincialismo. La
grandezza sconvolgente di Quasi una vita, che si situa nella
più alta tradizione del moralismo europeo e trova un corrispettivo
solo nei Minima moralia di Adorno, sta nella lucidità nutrita
di solitudine con cui compone un breviario di esistenza e di
resistenza all’interno di una realtà sgretolata, nella coscienza
irriducibile della negatività che lo opprime e che diviene più
sfiduciata ed amara nel postumo Ultimo diario (1948-1956), per
il rinnovarsi e l’incrudirsi della delusione storica.
Da Quasi una vita provengono
spunti e materiali rielaborati in Tutto è accaduto, l’ultima
parte di una trilogia romanzesca, le «Memorie del mondo sommerso», che
ambiva a tracciare un grande affresco della società italiana dagli
inizi del secolo alla caduta del fascismo. L’idea primigenia, databile
all’aprile del ’43, era quella di scrivere un racconto lungo sui
giorni terminali della dittatura; ma dopo la prima stesura il disegno
si ampliò in Alvaro con la necessità di un fatto di natura, divenendo
un movimento a ritroso nel tempo, in cui è palese l’ambizione ciclica
della narrativa ottocentesca. Per tracciare l’epilogo, bisognava
ripercorrere la genesi di una ventennale tragedia, individuale e
collettiva, proiettando tutto il proprio itinerario in una ‘terza
persona’ che costituiva una trasparente velatura autobiografica e
rimodulando i motivi dominanti della propria ispirazione, ma questa
volta senza più cautele in rapporto alla Storia e sentendosi libero
dalla cappa soffocante della autocensura e del compromesso interiore.
Si potrebbero istituire, in tal senso, innumerevoli rimandi tematici
tra le opere precedenti (soprattutto L’amata alla finestra e
Gente in Aspromonte) e L’età breve (1946), in cui Alvaro
torna a narrare una fine dell’infanzia che si conclude con il
definitivo distacco dal cerchio regressivo della famiglia e del paese,
dopo una sofferta esperienza di studi in collegio e l’espulsione da
esso. L’obiettivo primario era quello di mettere minuziosamente a
fuoco, con realismo sociologico, l’incidere del condizionamento
ambientale (sia nel contesto retrivo del paese come in quello inibente
del seminario) sullo sviluppo di una personalità nel periodo cruciale
della sua formazione. Un’educazione alla paura, alla dissimulazione,
al conformismo, alla menzogna; e, in questa direzione, Alvaro
perveniva ad una coraggiosa (e pericolosa, in quegli anni) denunzia
dei guasti prodotti dal bigottismo religioso mediante la ossessione
del peccato e la demonizzazione del sesso. Contro le intenzioni
autoriali, L’età breve trovava ancora una volta la sua poetica
misura, ma non più alonata di lirismo mitico, nella penetrazione della
psicologia infantile, con il suo assorto stupore di segreti e di
scoperte, con il suo moto pendolare tra regressione e fortificazione,
sino alla coscienza maturante della necessità — per crescere — di
recidere i legami ancestrali; e ciò comportava l’affiorare non
episodico di squilibri strutturali e stilistici che impedivano al
libro di attingere una totale felicità espressiva.
La trilogia non fu portata a termine.
Alvaro continuò a lavorare con lunghe intermittenze a Mastrangelina
(in cui la storia di Rinaldo Diacono veniva proseguita sino al ’14,
tratteggiandone la fine dell’adolescenza nel quadro storico della
società meridionale) ed a Tutto è accaduto (la maturità
dimidiata del protagonista nella Roma mussoliniana, invischiato lui
malgré nella tela di ragno del potere), senza che essi siano mai
approdati ad uno stadio maturo e compiuto di scrittura. I due romanzi
sono stati editi postumi in modo filologicamente deplorevole,
contaminando stesure e momenti redazionali diversi, nel tentativo di
dare coerenza di sviluppo a ciò che era rimasto nello stato
frammentato di opera in fieri (clamorose, ad esempio, le
discrasie di Tutto è accaduto, in particolare nella terza parte
che accorpa tre autonomi segmenti). In attesa di poter disporre
finalmente di un testo critico, o almeno di uno studio filologico che
sulla base dei materiali ancora disponibili precisi lo stato evolutivo
cui erano pervenuti, l’epoché è di rigore, al di là della
scontata rilevazione di episodi e pagine di notevole valenza. Ma, pur
nella inaffidabilità del testo attuale, è possibile inferire che la
densità dei propositi e delle tematiche, in Mastrangelina, era
ancora ben lontana dall’aver trovato una convincente struttura
narrativa ed una congiunzione necessitata tra la folla dei personaggi
minori e le vicende sociali. In Tutto è accaduto, invece, il
problema era consustanziale alle radici stesse dell’opera: come per
gli omologhi tentativi teatrali a forte caratterizzazione civile di
questa stessa fase, il coinvolgimento di Alvaro nella materia del
narrato era viscerale e dolorante, tanto da impedirne la decantazione
ed il dominio. Consapevole dell’impasse, ed ormai prossimo alla
prematura scomparsa, lo scrittore operava una diversione ‘straniante’
attraverso il ritorno al genere della distopia con Belmoro (la
distorsione orrifica della misura umana dopo il terzo conflitto
mondiale e nell’era della tecnocrazia assoluta): anch’esso postumo ed
incompiuto, filologicamente precario e narrativamente scompensato.
Un
capitolo primario dell’attività alvariana — sebbene trascurato — è
quello teatrale: un interesse che egli ha esplicato come recensore
professionale (dalle pagine di «Il Risorgimento» nel ‘25, di «Il
Popolo di Roma» nel ‘40-42, di «Il Mondo» nel ‘49-51) o nella
riduzione teatrale di opere narrative (I fratelli Karamazov di
Dostoevskij, nel ’40) o nella traduzione di opere teatrali (La
Celestina di Fernando de Rojas; l'Edoardo II di Marlowe;
Il cavaliere della luna di Shakespeare), oltre che come autore
in proprio. Si direbbe che Alvaro — amico e ammiratore di Pirandello
— abbia costruito con pazienza artigianale, giorno dopo giorno, il
corredo tecnico del suo essere scrittore di teatro, pervenendo in
ultimo, al termine di una trentennale attività in questo campo,
all’esito altissimo di Lunga notte di Medea. L'esordio
drammaturgico, all’insegna di una dichiarativa ed impacciata
schematicità, era avvenuto il 23 marzo 1923 al Teatro degli
Indipendenti di Roma con un atto unico, Il paese e la città,
che coagulava nel titolo e nell’alterco tra due fratelli — mandati dal
padre contadino a studiare in città per tentare il riscatto sociale —
la tipica bipolarità dell'ispirazione alvariana. L'anno successivo
egli iniziava a lavorare ad un più ambizioso progetto teatrale, Il
diavolo curioso, una commedia in quattro atti scritta in prima
stesura tra il 1924 e il ‘27 e rielaborata intorno alla metà degli
anni Trenta, nella quale si registra il passaggio dal grezzo realismo
regionalistico dell’esordio all’influsso del realismo magico
bontempelliano (e non a caso il primo atto, fino alla scena VII,
veniva stampato in traduzione francese proprio su «900»). Lo spunto
genetico è attinto dalla notissima novella machiavelliana di
Belfagor che prende moglie; e su di esso Alvaro ha impiantato una
favola teatrale giocata fra il reale e il surreale, fra il sogno e il
mistero, in un clima rarefatto e inquieto in cui si muovono
personaggi smarriti in una realtà labirintica, sicché le figure in
scena agiscono e si vedono agire, sentono e riflettono insieme, alla
ricerca di un'impossibile autenticità. Attraverso l'amore
l’arcidiavolo compie una vera e propria iniziazione alle inquietudini
della sensibilità moderna, scoprendo che l’essere uomo è avvertire il
fluire erosivo del tempo e che l'esperienza del mondo e il suo
significato risiedono nel passato (il grande tema alvariano della
memoria come identità e salvezza). Un tentativo ambizioso, questo di
Il diavolo curioso, di tracciare attraverso una favola di
vita, vissuta in una sorta di sospensione limbale, un itinerario di
verità esistenziale, e dunque di congiungere i significati
contingenti e quelli assoluti in un unico movimento, che è di
metafora e di parabola; ma un tentativo soffocato dall'eccesso di
sedimentazioni culturali, dall'affastellamento dei temi e dalla
discrasia degli esiti dialogici, inclini alternativamente ora al
compiaciuto indugio nella prolissità, ora all'enfatizzazione dei
registri, ora a punte di caratura quasi espressionistica.
Come per i trattatisti rinascimentali, il teatro era per Alvaro «una
forma della poesia, e non una forma sentimentale e vaga, ma una
poesia serrata, di sentimenti assoluti, tipici, universali»: una
poetica — ed un’ambizione — che pervenivano ad una prima felice
concrezione nel Caffè dei naviganti (1939), una commedia in tre
atti che scaturiva dalle radici stesse di Il mare, tendendo a
risolversi interamente non in azione ma in clima, atmosfera, colore,
natura, attraverso un procedere lento che intreccia percezioni
sensitive, sottili intellettualismi e contrappunti popolareggianti.
Ancora una favola teatrale, dunque, che elude l'impianto naturalistico
e richiede una recitazione rarefatta, fortemente simbolizzata,
funzionale ad un contrasto drammatico che non è di entità umane ma di
epoche e di civiltà, tratteggiato attraverso l'arrivo ad Eraclea
(paese assunto ad epicentro della civiltà mediterranea, solare e
marina), di un filosofo, Rossom, e di quattro donne, anch'esse
nordiche, a lui legate da complicati rapporti amorosi. Oppressi da una
stanchezza che è insieme cerebrale e sentimentale, essi sono in fuga
dalla storia, da una civiltà in crisi, da un mondo che abitano come
una stanza d'albergo, e sognano di ritrovarsi nuovi e diversi —
cadute le ipocrisie consuete delle parole — nel contatto vivificante
con la natura. È l'illusione dalla quale nasce l'idillio fra Karin e
il pescatore Orlando e, come tale, presto dissoltasi: il respiro
eterno del mare suscita per contrasto, in Karin, il desiderio di
rientrare nel presente, nella storia; e, dopo il contatto
contaminante con una civiltà più evoluta e corrotta, anche per
Orlando è impossibile tornare all'antica pagana sacralità di vita e
di sensazioni. L'iniziale contrasto alvariano fra paese e città si è
ora allargato a una contrapposizione, che è contaminazione, di epoche
e di civiltà diverse, con le leggi della storia che prevalgono sul
mito della naturalità primitiva e con la civiltà più evoluta e
inquieta che corrompe e fagocita quella immersa nei suoi ritmi
secolari.
Dopo la caduta del fascismo il teatro alvariano tentava un
rinnovamento profondo della propria identità, in sintonia con la
svolta epocale che vibrava nella letteratura del dopoguerra. Alvaro si
volgeva con rinnovata intensità al genere teatrale perché esso gli
appariva — come già era avvenuto per Pirandello — il più funzionale a
stabilire un contatto diretto con la società, per impedirle di
dimenticare l’orrore della dittatura e della guerra ma ma soprattutto
per porla di fronte a se stessa, mostrandole come in uno specchio la
degradazione dell'umano, prodotta dall’eredità del recente passato e
dai caratteri della civiltà nuova, nei quali egli leggeva una profonda
disperazione dell’avvenire e della storia. È una fase — questa a
cavallo degli anni Cinquanta — densa di progetti, aspirazioni ed
abbozzi, che tendono a trasporre la situazione storica nelle forme di
uno spietato psicodramma della schiavitù passata e presente: tentativi
di dar vita ad un teatro di alta moralità e di sofferta coscienza
civile, ma naufragati — e non a caso lasciati incompiuti — proprio
per l'impossibilità di evitare l’ipermetropia della prospettiva e del
giudizio nella satira acre della ‘nuova’ democrazia. Di questo
pericolo Alvaro si rese lucidamente conto cercando una via alternativa
nel teatro-mito, vale a dire che fosse invenzione della realtà,
metafora della storia umana, «favola della vita» che adombra il senso
del mondo. La realtà bruciante del presente viene riflessa e decantata
attraverso le vicende e le figure dei miti greci, poiché — come
Alvaro stesso postillava — «abbiamo sempre bisogno di ricorrere ai
miti del passato per stabilire i termini del presente. […].
L'antichità aggiunge nobiltà al dramma borghese, la lontananza creata
dal mito gli dà risonanza poetica. Il secondo dopoguerra, come il
primo, ha cercato di leggere chiaro nel destino contemporaneo
rispecchiandolo negli eroi del passato». E nasce Lunga notte di
Medea (1949), una tragedia in due tempi scritta su commissione di
Tatiana Pavlova, che instaurò una feconda collaborazione con
l'autore nel corso della stesura. Nella versione di Alvaro Medea non
uccide i figli per vendetta nei confronti di Giasone che l'ha
abbandonata, come si verificava in Euripide e con furia sanguinaria
in Seneca, ma per per non esporli, dopo il ripudio del padre al dramma
del vagabondaggio, della persecuzione, della fame. Li uccide per
salvarli, in uno slancio di disperato amore materno, quando si accorge
che — figli di una barbara senza patria e per di più ritenuta una maga
— in Grecia non hanno salvezza o rifugio possibili, divenendo così
«un'antenata di tante donne che hanno subìto una persecuzione razziale
e di tante che, respinte dalla loro patria, vagano senza passaporto da
nazione a nazione, popolano i campi di concentramento e i campi di
profughi».
Il
mito di Medea perde così la sua terribilità per essere umanizzato al
massimo: grecità e modernità si fondono e si compenetrano con una
compattezza di struttura e con un'essenzialità di respiro
drammaturgico (vengono rispettate le unità canoniche della tragedia
classica) che Alvaro non aveva mai raggiunto prima. È uno stile
potente, fortemente ritmato e pausato, che si contrae nelle massime
sapienziali e si flette in esiti di dolorante elegia, che ascende al
climax della preghiera e s'indurisce nei soprassalti ferini
dell'orgoglio tradito, ma sempre con un tono alto, serrato, colmo
d'echi e di anafore, che si dilata in uno spazio notturno animato
dalla presenza stregata della luna e in una casa assorta nel battito
oscuro del destino che v'incombe. Su questo sfondo circoscritto e
silente s'incide la figura di Medea, la più alta fra le figure
femminili di Alvaro: voce fatta di respiri e di umori viventi, di
gemiti e di repressi struggimenti, nel dolore della quale è la somma
di tutte le angosce del mondo. In successione accelerata Medea
esperimenta il tradimento, l'insulto della proscrizione,
l'impossibilità di trovare un ricovero ospitale in altra terra,
l'esplodere dell'odio razziale dei cittadini di Corinto, l'uccisione
dei suoi figli, per salvarli dall'odio bestiale della folla
impazzita. Tutta la condizione storica e psicologica del nostro
secolo (il sormontare della paura, l'ossessione del potere,
l’aggressività razziale, la pulsione regressiva nell'inesistenza) si
coagula nella straziata umanità del personaggio alvariano; ed ancora
una volta, nel conflitto tra mondi e civiltà diverse, le leggi della
storia sembrano annientare — come già nel Caffè dei naviganti —
quelle della natura, sanzionando la sconfitta dei valori connaturati
al mondo delle origini.
Alla rielaborazione di un mito greco Alvaro tornava con l'Alcesti
(scritto tra il ’50 e il ’51), che esprimeva un incupirsi del
pessimismo sul futuro della civiltà: nell'ondata di violenza che
pervadeva ogni aspetto della vita associata e nella disgregazione
della famiglia, Alvaro leggeva il dubbio di trovarsi alla vigilia
della fine. Sulla scorta di questa patologia della civiltà
contemporanea, Alvaro rivisita il soggetto euripideo senza
rispettare, come nella Medea, la finzione antica: l'azione
viene trasportata ai nostri giorni e borghesizzata, per meglio
ancorarla alle angosce presenti della storia, come similmente
avveniva negli stessi anni con Gide, Cocteau, Anouilh, Camus, Sartre.
In preda ad un'avarizia ossessiva, che è provocata dalla paura di una
prossima fine del mondo, Feride cede la casa in cui abita con Admeto
ed Alcesti, scindendo il nucleo familiare ed abiurando la sacralità
della domus, poiché sente distrutta la solidarietà umana sin
dalle radici, nella sfera stessa della procreazione. Il grande tema
alvariano della frattura epocale impressa dal secondo conflitto
mondiale perviene così ad un'alta e dolente terribilità nel cupio
dissolvi di Feride, arresosi — per perdita d'amore, per
disperazione della vita e dell'avvenire — alla violenza, all'egoismo
ed alla solitudine di una società che vive per carica meccanica
indotta senza più fede nel «domani», nel sormontare del terrore
atomico (ed Alvaro è stato fra i primi a cogliere in un'opera
teatrale le implicazioni etiche e psicologiche di quest'evento,
fondamentale nella storia dell'umanità). Una nuova, e diversa, ed
ancora più disperata «fuga senza fine» da una società avversa: a
suggellare nella catarsi della conoscenza esistenziale la inquietante
classicità e modernità della scrittura alvariana.
Morace A.
M., Corrado Alvaro, in Storia generale della letteratura
italiana, diretta da N. Borsellino e W. Pedullà, xi - Il
Novecento, Milano, Motta, 2000, 256-81