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Il paese di Alvaro
Il Luogo Il paese di Alvaro, San Luca, è uno dei pochi, tra
quelli dell’Aspromonte orientale, di cui si conosce la data di
nascita, 18 ottobre 1592. Esso fu generato dall’esodo forzato degli
abitanti di Potamìa, antico villaggio di origine bizantina, distrutto
da un evento alluvionale catastrofico. Il nuovo paese prese il nome
dell’evangelista di Antiochia, perché le 57 famiglie si trasferirono
nel nuovo sito il giorno in cui la Chiesa venera l’autore del terzo
Vangelo.
Il posto scelto era sicuro e protetto, esposto verso il mare,
ma nascosto dalle colline antistanti dalla vista dei pirati saraceni,
che proprio in quegli anni infestavano le coste dell’Jonio. Ai p
Protetto d’inverno dai venti
Alle spalle del paese, un immenso
territorio montuoso (104,30 Kmq), che, anche se continuamente
violentato dall’uomo, sin dal tempo dei Romani, conserva ancora una
bellezza selvaggia, una vegetazione rigogliosa ed in parte primigenia
e panorami di grande effetto spettacolare; come la valle delle Grandi
Pietre, dove si ergono enormi monoliti, fonti di antiche leggende e
miti, tra i quali primeggiano Pietra Cappa, Pietra Longa e Pietra
Castello (un dito puntato verso il cielo, dice Alvaro).
La
vallata tra i secoli IX e XI fu luogo prediletto dai monaci
bizantini, in fuga dalla Sicilia occupata dagli arabi, per i loro
insediamenti cenobitici e monastici, divenendo una specie di piccola
Tebaide. Ben sette monasteri dell’ordine di san Basilio di Cesarea
sorsero nei dintorni di Potamìa. Di alcuni di essi rimangono i ruderi
o solamente i toponimi, mentre, miracolosamente, quello di Polsi,
situato nel cuore più nascosto e profondo dell’Aspromonte, ha vinto la
lotta contro il tempo, le avversità storiche e gli eventi catastrofici
naturali, ed è tuttora uno dei luoghi di culto calabresi più
importanti. Lo stesso Alvaro, 17enne, scrisse su Polsi un libretto
delizioso, dedicandolo alla madre.
Il Campanile è forse un soffio dell’arte
antica resa rozza da quella natura selvaggia, una gemma perduta ai
piedi di un monte?
Io vedevo più in là del reale; vedevo quel
che fu non quel che è. Quelle piccole case sembravano pochi alveari.
Credevo di essere lì in uno degli splendidi sogni della fantasia :
forse quelli sono asili aperti alle rondini di passaggio, alle aquile
ferite. Invero, se ciò è un simbolo, è così.
(Polsi nell’arte, nella leggenda, nella
storia - 1912)
Questo, per sommi capi, sono i riferimenti geografici del paese di
Alvaro, in Calabria Ultra prima, come dicevano i Borboni, Provincia di
Reggio Calabria.
Il paese dell’infanzia di
Alvaro Al
tempo della fanciullezza di Alvaro, San Luca contava meno di 2000
anime, quasi tutte concentrate in abitazioni infime e molto povere
risalenti, in gran parte, tra la fine del Cinquecento e l’inizio del
Seicento, allorché l’intero paese degli avi, Potamìa, fu spazzato via,
e fu costruito al suo posto, a tre miglia di distanza, su una delle
pendici dell’Aspromonte orientale, il nuovo paese di San Luca. Con le
case addossate le une alle altre e degradanti verso la vallata, con i
vicoli strettissimi, il paese appariva da lontano come una specie di
anfiteatro. Una strada centrale, un poco più larga delle altre, era la
via principale ed aveva il privilegio di essere lastricata con pietre
di fiume, sul tipo delle strade romane, perciò era detta nsilicata
che vuole dire selciata. Su questa via e sulla piazzetta
antistante la chiesa, nella quale la via stessa confluiva, vi
svolgeva tutta la vita sociale, economica e religiosa del paese. La
casa degli Alvaro, costruita nell’Ottocento, forse dal nonno paterno
di Corrado, sorgeva e sorge tuttora lungo questa via.
Le uni
Alvaro, comunque è affascinato da questo piccolo mondo
ancestrale e semifeudale. Dice in Quasi una vita : Nella mia
infanzia, fino a nove anni, al mio paese sono stato felice. Il paese
mi pareva grande, mi pareva tutto il mondo. E di questo mondo
fanno parte gli affetti famigliari e le tradizioni popolari e
religiose di cui il padre era il massimo custode e cultore del paese,
tanto che lo stesso Alvaro ricorda di lui in Memoria e Vita: “...Egli era diventato, senza rendersene conto, il regolatore di tutte
le manifestazioni del nostro villaggio.... Amava, le tradizioni, le
consuetudini, le ricorrenze, tutto ciò che è ordine e tutto quanto è
memoria e vita.” e più avanti nello stesso scritto, parla di una
composizione natalizia scritta dal padre, che si canta tuttora in
chiesa, la notte di Natale. Di questi ricordi Alvaro nutre tutta la
sua ricca scrittura.
Ma forse il ricordo più dolce e nostalgico del paese si legge
nei versi tratti da “Ballata in cerca di padrone” in Poesie
grigioverdi:
Ho nella mente un paese
con un cimitero e due chiese.
Nel cimitero la biada cresceva
e falciata il guardiano la vendeva
ché in quel paese tutto era giardino.
In quel paese tutto era giardino,
cuore d’uomo e di femmina persino.
Cori e danze eran belli a vedere
nella malinconia di certe sere quando il mondo pareva là finire. E’
il momento, però, per molti calabresi e per molti sanluchesi di
partire. Perché il destino del calabrese è andare alla stranìa,
andare in terra straniera. La dolorosa emorragia dell’emigrazione era
cominciata. Dice Alvaro in Calabria, conferenza tenuta a
Firenze nel 1931 “La prima emigrazione calabrese tentò le coste
dell’Africa durante i lavori per l’apertura del canale di Suez. Cui
partecipò........... Si determinò una emigrazione insolita : partirono
anche le donne che le famiglie inglesi in Egitto reclutavano come
nutrici. Il fenomeno fu impressionante. Poi seguì quella più
numerosa, memorabile e sofferta verso le Americhe. Nel trentennio tra
il 1876 e il 1905, la Calabria si spopolò di un terzo degli abitanti:
ben 478.000 persone (la popolazione era allora di 1.370.000 abitanti)
lasciarono molti dei 410 paesi della Calabria, alcune di loro per
sempre, molte anche da San Luca, come i fratelli del padre di Alvaro
che emigrarono negli Stati Uniti e non fecero più ritorno.
Poi fu la volta dello stesso fanciullo Corrado a partire
assieme ai fratelli; lo dice lui stesso in Memoria e vita “Ma
come aveva sollecitato il destino mio padre mi ha portato ad essere
uno scrittore. Mio padre aveva fatto quella promessa e preso quell’impegno:
una mattina ci videro partire, tre fratelli, sui muli, per la stazione
sul mare. Avevamo un corredo di lino, i materassi gonfi e le coperte
calde filate da mia madre la quale temeva come peggior nemico della
vita il freddo.” Partirono i tre fratelli: Corrado il maggiore,
Guglielmo e Beniamino, ma partirono come emigranti particolari, i
primi in quei primi anni del 900. Si inaugurava una nuova categoria,
gli emigranti intellettuali. Parte il cugino Giuseppe Ventre che farà
l’ingegnere e il capitano dell’esercito e che avrà un destino
singolare e dolorosissimo ; parte il cugino Domenico Giampaolo che
sarà medico di talento e morirà giovanissimo; parte Cesarino Giorgi
che finirà generale dell’esercito. Il paese primitivo, chiuso,
ignorante, lontano da ogni forma di cultura si apre all’improvviso e
catapulta, nel mondo difficile degli studi, questi figli di pastori,
di bottegai, di piccoli stipendiati, che non hanno alle spalle nessun
supporto o tradizione famigliare di sapere. E’ una piccola rivoluzione
che ha come primo protagonista il Cavaliere maestro Antonio Alvaro.
Con questa partenza per gli studi, ha termine l’infanzia
felice e incantata di Corrado. Quando ha pubblicato Memoria e Vita
nel 1942, aveva 47 anni, era già nella piena maturità di uomo e
di scrittore, eppure, ricordando quei tempi lontani ci parla del suo
paese con una dolcezza e una nostalgia commoventi: “Avevo
passato dieci anni in quel mucchio di case presso il fiume, sulla
balza aspra circondata di colli dolcissimi digradanti verso il mare, i
primi dieci anni della mia vita, e pur essi furono i miei più vasti e
lunghi e popolati. Il paese era gramo e povero in confronto alla
ricchezza del mondo, e a me pareva il più ricco e il più vario.”
Ma altre partenze attendono i sanluchesi: la Patria li
vuole al fronte nord orientale. Molti di loro partono, forse, senza
sapere dove si va e perché. Partono anche i fratelli Alvaro. Il
piccolo villaggio aspromontano darà un contributo di sangue
decisamente sproporzionato alle sue modeste dimensioni umane: 36
giovani e giovanissimi, su alcune centinaia partiti per la grande
guerra non torneranno più. Corrado rimane ferito ad entrambe le
braccia, meritandosi una decorazione. Alla guerra aveva partecipato
quasi con orgoglio, in un articolo sul Mondo del 1924, scrive:
“Per noialtri che eravamo studenti, quello era un giorno virile....
ci sentivamo adottati da quella storia nobile...” Torna dal
fronte con l’animo colmo di disinganno e con alcune poesie nello zaino
che stupiranno i primi critici per lo stile aspro, disadorno e
innovativo. Versi senza enfasi, che della tragedia della guerra
narrano solo il dolore, la miseria, la pietà.
Poi il lavoro di giornalista e di scrittore, il matrimonio e
la nascita del figlio lo assorbono completamente. Al paese torna
sempre più raramente, ma di ciò che lì vi succede sa tutto: il padre
lo informa puntualmente. Quando il piccolo Massimo, suo figlio, è in
età scolare lo manda a San Luca dal nonno, che sarà quindi il suo
primo maestro ed educatore.
Alvaro torna al paese per la morte del padre, nel 1941; ed in
soli quattro versi della poesia il Viaggio descrive quello che
vi trova: Dopo questa visita non tornerà più a San Luca. Sempre ne Il Viaggio dà al paese come un doloroso commiato:
E all’alba quando partii
la gente andava per la poca luce
Io partivo non come un tempo
che correvo furtivo alla speranza.
Ma come il seme che cade
alla fioritura di una pianta.
Il rapporto di Alvaro con la gente del suo paese,
non fu facile. Alcuni si aspettavano che, il ragazzo partito da quel
povero paese, una volta diventato famoso dovesse fare qualcosa a
beneficio della comunità d’origine. La semplicità della gente
confondeva la notorietà con il potere. Alvaro amava molto il suo paese
natale. Conosceva e rispettava caratteri, umori, semplicità e dignità
di quel popolo. Certo il fatto che ne sia stato quasi sempre lontano
non ha facilitato un reciproco affetto dei paesani verso lo scrittore.
Alcuni ne parlavano con astio, dettato dall’invidia, e lui lo sapeva,
ma lui: “Perdono ai nostri nemici
perché è gente del mio stesso sangue, che io amo e amerò sempre”
Alvaro tornava in
Calabria di tanto in tanto per visitare la madre e il fratello,
parroco in un paese vicino e dirimpettaio, ma preferiva guardare il
suo paese da un poggio al di qua del Buonamico :
Racconta lo scrittore Saverio Strati che un giorno a Caraffa
gli chiese “E’ da molto che non va al suo paese ?” Alvaro
rispose “E’ da molti anni, né ci voglio mai più tornare... Ho un
bel ricordo di quel paese, e non mi piace sciuparlo. Lì sono stato
felice, durante la mia fanciullezza, e desidero conservare per sempre
questo ricordo.”
Vorrei chiudere questa parte con il giudizio di un altro
scrittore, Mario La Cava, sui paesani di Alvaro “...Il loro
ingegno è sottile, il loro sentimento è profondo; dispersi, accanto
alle loro mandre, su per le balze dei monti, essi parlano di politica
e di filosofia come meglio non saprebbero i frequentatori dei circoli
di cultura. Ardimentosi, come i primitivi, pronti all’intrigo e alla
lotta...”Articolo
San Luca oggi e La
Fondazione C. Alvaro Certo oggi le cose sono cambiate per il “bisogno di adattamento ai congegni nuovi della vita moderna”. Oggi, a San Luca, di Alvaro si parla con rispetto ed ammirazione. Il paese sebbene abbia solo 4500 abitanti, enumera diverse centinaia di diplomati e di laureati in diverse discipline. La Scuola e la cultura hanno raggiunto tutti o quasi tutti. Ogni sanluchese ormai capisce che Alvaro è una risorsa per il paese. E’ nata una associazione culturale che porta il nome di una sua opera Il nostro tempo e la speranza ; Il Parco letterario Corrado Alvaro è una realtà in grande espansione; sono nate altre associazioni culturali, sportive e sociali. La Fondazione intitolata al suo nome è oggi una realtà vitale, i due primi Presidenti il Prof. Padre Stefano De Fiores e il Prof. Aldo Maria Morace. Essa è nata per la volontà dell’Amministrazione comunale in carica nei primi anni ’90, in particolare per l’assiduo impegno di tre giovani assessori: Bruno Bartolo, Antonio Strangio e Antonio Vottari. Sollecitati dall’approssimarsi del centenario della nascita, promuovono convegni, incontri, dibattiti nei quali coinvolgono amministratori regionali, intellettuali, giornalisti; organizzano l’anno alvariano: una serie di manifestazioni che durano da aprile 1994 ad aprile 1995, e si concludono con un grande convegno internazionale dal titolo “Corrado Alvaro, uomo mediterraneo scrittore europeo”. Nominano un comitato di cittadini al quale danno l’incarico di organizzare le iniziative culturali e di curare le pratiche per la realizzazione della Fondazione. La Regione Calabria, da parte sua, accoglie il progetto del Comitato e del Comune di San Luca e decide di appoggiare e finanziare l’impresa promulgando un’apposita legge, la legge 20/1995. Il 24 gennaio 1997, nella sala del consiglio comunale, i rappresentanti delle quattro istituzioni impegnate: Il Presidente della Regione, il Presidente della Provincia di Reggio Calabria, il Sindaco di San Luca ed il Preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università della Calabria, approvano lo statuto e firmano l’atto costitutivo. La sede della Fondazione è la stessa casa natale di Alvaro, donata dal fratello di Corrado, don Massimo. Inizia il paziente lavoro di ricerca, di catalogazione, di organizzazione di iniziative culturali. La Fondazione, affiancata dall’Associazione “Il nostro tempo e la speranza”, promuove mostre, premi scolastici, concorsi fotografici ecc. ; ricerca presso gli editori, le Università, le biblioteche, documenti, scritti, articoli. Collabora per l’istituzione del Parco Letterario Corrado Alvaro. Organizza convegni di livello internazionale come quello sul Monachesimo greco nella vallata del Buonamico, tra la fine del primo e l’inizio del secondo millennio. Realizza una grande mostra alvariana e una giornata di studio a Roma al teatro dei Dioscuri, struttura espositiva messa a disposizione dal Ministero per i beni e le attività culturali, che riscuote un grande successo nella Capitale. Partecipa e collabora con altre istituzioni culturali per l’organizzazione di eventi di particolare interesse, come il convegno sulla figura di Umberto Bosco. Quando avrà migliorato le proprie strutture, si propone di diventare uno dei centri culturali di riferimento della Calabria, sviluppando il vasto programma previsto dallo Statuto, in particolare costituire un centro di documentazione sulla produzione storico letteraria degli autori meridionali contemporanei. A settembre 2001 la Fondazione realizza un grande convegno itinerante tra le città di Cosenza, Reggio Calabria e San Luca con l’intervento di oltre quaranta studiosi, tra i più importanti cattedratici italiani. A conclusione di queste giornate saranno consegnati i vari premi previsti dalla manifestazione Primo Premio nazionale Corrado Alvaro, che premierà opere di letteratura, di saggistica e di giornalismo, due tesi di laurea sulle opere di Alvaro, nonché saggi di letteratura composti da classi delle scuole medie superiori. Ha in cantiere un grande progetto editoriale, che si propone di attuare, con la collaborazione del Ministero per i beni e le attività culturali, della Regione Calabria, degli editori ed del proprio Comitato scientifico: la pubblicazione dell’edizione critica delle opere di Alvaro. Nel nome di Alvaro è iniziata un’azione corale per il riscatto culturale, sociale ed economico del paese. E’ in corso la pratica per cambiare il toponimo da San Luca in San Luca Alvaro. Certo il ritmo di ascesa non è velocissimo, ma niente va molto veloce nel profondo Sud.
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